Anteprima: The house of angels-love found.

Capitolo 1
La decisione

“Sei proprio sicuro di voler andar via?”, chiese Otohori all’angelo dagli occhi verdi.
“Sì, ne ho bisogno, ne va della mia sanità mentale”, gli rispose Sante.
“È una cosa che devo fare, se pure a malincuore”.
“Come vuoi tu, allora … spero che un giorno tornerai. Ho sempre pensato a te come a uno dei migliori”.
Così dicendo gli diede una pacca sulla spalla e lo lasciò solo nella sua stanza.
“Per me ormai non c’è più giorno o notte, oggi o domani… è tutto un unico, lungo susseguirsi di ore… Magda è diventata un’ossessione”.
Percorse il lungo corridoio, che dalla sua stanza portava alle scale, pensando a dove sarebbe potuto andare.
Scese una rampa, e si fermò, suo malgrado, davanti alla porta della camera che la ragazza divideva con Jess, l’angelo di cui si era innamorata e per la quale lui aveva perso le ali.
“Qualsiasi posto sarà meglio di questo!”, disse ad alta voce.
“Mi odi così tanto?”, chiese Magda.
L’angelo dagli occhi verdi si girò di scatto e la guardò come se avesse visto un fantasma.
Era bellissima, con un leggero vestito verde, che metteva in risalto il colore dei suoi occhi e dei capelli rossi, resi ancora più vividi dalla luce estiva.
“No. Non ti odio affatto, anzi tutt’altro, Magda … è proprio questo il problema!”.
“Sante … ”, la ragazza allungò una mano per accarezzargli la guancia, ma ci ripensò all’ultimo momento ritirandola, l’angelo la prese e la mise sul proprio cuore.
“Non è colpa tua Magda, non preoccuparti”.
“Io …”, il cuore dell’uomo batteva forte contro la sua mano, si sentì immensamente in colpa nei confronti di quest’angelo così buono.
“Mi dispiace tanto Sante, vorrei poterti convincere a restare”.
“Non starò via per molto”, mentì cercando di rassicurarla.
“È solo una breve vacanza, diciamo che vado in ferie per un po’”.
“Non c’è proprio niente che io possa fare, per farti cambiare idea?”.
Sante lasciò andare la mano della ragazza e guardandola negli occhi le sfiorò la guancia con una carezza delicata.
“No … non possiamo cambiare le cose, non preoccuparti più di tanto, non è un addio questo, te lo prometto. Devo solo ritrovare il mio equilibrio”.
Magda lo guardò, e i suoi occhi diventarono improvvisamente neri come la notte.
“Mio dolce soldato”, disse una voce familiare alle orecchie dell’angelo.
“Per favore ascoltami”.
Sante si allontanò di scatto da Magda, riconoscendo in lei la voce del suo vecchio amore.
“Suzanne? Sei … sei proprio tu?”.
“Sì mio bellissimo Sante”.
La ragazza allungò una mano per accarezzarlo.
“Suzanne ma cosa …?”.
“Sante tu non devi andartene, c’è qualcuno che sta per arrivare”.
“Che stai dicendo? Non capisco…”.
“Sta arrivando qualcuno per te, per favore dagli una possibilità”.
“Qualcuno chi, di chi stai parlando?”.
“Non pensarci ora, ma per favore non allontanarti dalla casa degli angeli, me lo prometti?”.
Sante ci pensò un po’ su e fece un gran respiro profondo.
“Ci penserò … ma dimmi, tu come stai? Io ti ho lasciata in quel posto, non sono riuscito a fare niente per te”.
Disse chinando il capo, in preda al rimorso.
“Mi hai difeso a costo della tua vita, non avresti potuto fare di più, te ne sarò grata per sempre, anche se la tua morte è stata devastante… almeno sono riuscita a dare una vita decente a Paul”.
Già Paul, il fratellino di Suzanne.
“A lui com’è andata?”.
“Sono riuscita a farlo studiare, è diventato un avvocato, uno dei più bravi a dire il vero, si è impegnato molto socialmente e ha sempre cercato di far valere i diritti dei meno fortunati. Comunque una volta raggiunta una buona posizione, ha pagato i miei debiti e mi ha presa con se. Mi ha fatto vivere come una regina fino alla fine dei miei giorni”.
“Sono contento Suzanne”.
L’angelo guardò quel viso così familiare, sentendosi perso tra il vecchio sentimento, che nutriva per Suzanne, e quello nuovo per Magda, quel viso unito a quella voce, forse era tutto ciò che desiderava, ma che non poteva avere, una perché era morta ormai da centinaia di anni e l’altra perché apparteneva ad un altro.
“Sante non pensare più al passato, ormai non ha più importanza, non c’è più niente di quello che eravamo … sappi però che ti ho amato come non ho mai amato nessuno, e continuerò a farlo per l’eternità”.
L’angelo accarezzò il viso freddo che aveva di fronte.
“Anche per me è lo stesso, Suzanne, questo lo sai vero? Non ho mai smesso di amarti, e ti giuro che volevo portarti via da lì, in qualche modo”.
La ragazza sorrise.
“Lo so, non ho mai dubitato di te, ma ora devo andare, questa ragazza non può sopportare oltre la mia presenza”.
“Suzanne aspetta…”
“Per favore ricorda quello che ti ho detto, promettimi che non te ne andrai”.
Così dicendo, lo spirito della donna lasciò il corpo di Magda, Sante le fu subito vicino afferrandola prima che cadesse, le possessioni la lasciavano sempre tremante e nauseata tutte le volte, e da quando era divenuta un angelo, sacrificando la sua vita in favore di un’altra persona, in questo caso proprio dell’angelo che la stava tenendo tra le braccia, questi sintomi erano peggiorati…

Capitolo 2
L’incidente

“Magda come va?”, Sante guardava con preoccupazione la ragazza dal colorito pallido che teneva tra le braccia.
Magda aprì gli occhi e rimase a fissare il vuoto, piano piano, sentendo la voce dell’angelo dagli occhi verdi si riscosse dal torpore.
“Sante? Sono stata posseduta, vero?”.
“Si Magda, era Suzanne”.
La ragazza rimase stupita.
“Oh! Tu stai bene?”.
Ecco che si preoccupava per lui, come sempre, mettendo i sentimenti degli altri davanti ai propri, questo era solo uno dei motivi per cui l’amava.
“Non preoccuparti per me, sono stato contento di sentire la sua voce, mi ha detto che ha vissuto una bella vita e non è arrabbiata con me.”
“Certo che no … Sante, come potrebbe mai avercela con te”.
Sante sorrise di fronte all’aria indignata di Magda.
“Tu pensi sempre troppo bene di tutti, comunque adesso è meglio che ti porti a letto, devo chiamare uno dei nativi?”.
“No, per il momento va bene così, grazie, sono sicura che se mi stendo un po’ starò meglio”.
Sante lasciò la ragazza che amava nella sua stanza, e senza dire una parola se ne andò, chiudendosi la porta alle spalle. Era già abbastanza confuso dopo aver parlato con Suzanne, non voleva che Magda provasse a sua volta a fargli cambiare idea.
“Chissà perché mi ha detto di restare, e poi chi è che sta per arrivare?”.
“Di chi stai parlando Sante?”, chiese Terence, l’angelo moro dagli occhi color ambra.
“Terence! mi hai quasi spaventato”, disse Sante girandosi verso di lui.
“Magda è stata posseduta da Suzanne … mi ha detto di non lasciare la casa degli angeli, perché sta arrivando qualcuno per me”.
“Suzanne non era la tua fidanzata?”.
“Sì. Ma non mi ha detto chi sta per arrivare”.
Terence lo guardò, socchiudendo gli occhi.
“Bene …”, disse facendo un sorrisetto malizioso.
“Se fossi in te, farei come ha detto, potresti avere una bella sorpresa”.
“Hai visto qualcosa con il tuo potere? Di chi si tratta?”.
“Niente da fare, sai che non posso rivelare il futuro, e poi che gusto ci sarebbe così?”.
Sante sospirò.
“Ok vado a chiedere ad Otohori, magari saprà dirmi qualcosa”.
L’angelo nativo se ne stava tranquillo nella biblioteca, pensando a quale libro prendere e a cosa fare con Joshua, il suo demone personale, quando Sante lo chiamò.
“Otohori, sai niente di qualcuno che sta per arrivare qui alla casa degli angeli?”. L’angelo nativo dai lunghi capelli neri e gli occhi a mandorla dello stesso colore, lo guardò con aria pensierosa.
“Forse sì forse no, come mai questa domanda?”.
Sante mise su il broncio e se ne andò borbottando tra sé e sé.
“Perché devono essere tutti così misteriosi, non farebbero prima a dirmelo”.
“Dirti cosa?”, chiese Annika, i lunghi capelli biondi raccolti in una spessa treccia che le ricadeva sulla spalla, indossava dei jeans scoloriti e una canottiera bianca, era come sempre a piedi nudi, seduta sulle scale, con un libro in mano.
“No guarda, non ti ci mettere anche tu, ok? Me ne vado”.
Detto ciò, uscì dalla porta d’ingresso, lasciando Annika a fissarlo.
“Mah!”, disse la ragazza con un’alzata di spalle.
Sante andò nel parcheggio, prese la sua mustang grigia del millenovecento settanta, e partì sgommando, lontano dalla casa degli angeli.
Arrivò in città, passando davanti al negozio, dove lavorava un tempo Magda.
Si ricordò di quando avevano passato insieme la pausa pranzo, la ragazza gli aveva preparato dei sandwich, e poi si erano messi sul divano a guardare una vecchia sitcom, prima di ritornare a lavoro.
Si ricordò anche del bacio che le aveva dato, credendo che fosse la sua Suzanne, per colpa delle allucinazioni indotte dalle essenze illusorie che Billy, il demone affiliato che l’aveva uccisa, aveva messo in casa sua …
Un uomo suono il clacson, gridandogli contro qualcosa di poco educato.
L’angelo si riscosse dai suoi pensieri, sbattendo con forza le mani sul volante e imprecando per i suoi stessi sentimenti.
Ripartì, dirigendosi verso l’autostrada, per andare il più lontano possibile, ma ad un tratto la macchina nera che lo aveva superato a gran velocità sterzò bruscamente: sembrava tutto procedere al rallentatore, la macchina nera che frenava, uno stridio di ruote e ferro, un corpo sbalzato in aria e poi un tonfo sordo, una madre che piangeva tenendo stretto il figlioletto biondo di quattro o cinque anni.
All’improvviso tutto tornò alla giusta velocità e Sante scese di corsa dalla macchina per prestare soccorso, il tipo che aveva causato l’incidente se ne stava in piedi vicino alla portiera aperta, guardando sotto shock l’asfalto davanti a lui.
L’angelo dagli occhi verdi seguì il suo sguardo… vide una figura femminile stesa scompostamente sulla strada e corse da lei.
“Come ti chiami?”, chiese l’angelo alla ragazza, scostandole i lunghi capelli castani sporchi di sangue, dal viso.
La ragazza stava morendo, ma riuscì comunque a pronunciare il suo nome.
“Laika”, Disse con voce tremante.
“Bene, molto bene, rimani con me, ok Laika? Stanno per arrivare i soccorsi, così ti cureranno”.
“Non ce la faccio, fa tanto male, aiutami”.
Sante comincio ad accarezzarle i capelli, non c’era più tempo ormai, non le rimaneva molto da vivere.
Laika aprì gli occhi, e Sante vide che erano di un bel celeste chiaro, quasi grigio, e lo guardavano come se potessero trarre forza dai suoi.
“Non sforzarti, rimani ferma, vedrai che andrà tutto bene”.
L’angelo sentì delle sirene in lontananza e si girò per vedere l’ambulanza che si faceva largo tra la folla di curiosi, intanto la madre, che teneva stretto a se il bimbo biondo, stava raccontando, tra i singhiozzi, la dinamica dell’incidente alla polizia.
Quando posò di nuovo lo sguardo sulla ragazza, vide che era ormai morta, restò un secondo a guardarla e poi si allontanò dal corpo senza vita.
Troppo scosso per guidare, dopo aver parlato con la polizia e aver scoperto che la ragazza aveva salvato la vita del piccolo, gettandosi su di lui e spingendolo via, proprio mentre la macchina nera stava per investirlo, decise di affittare una stanza in un hotel poco fuori città, e riprendere la marcia l’indomani mattina.
Quella ragazza lo aveva guardato chiedendogli aiuto, si era fidata, e lui invece aveva distolto lo sguardo per guardare quella stupida ambulanza … con questi pensieri negativi si addormentò, sognando Magda, ma al posto dei suoi grandi occhi verdi c’erano quelli celeste/grigio di Laika e i capelli erano più scuri, come quelli di Suzanne. Sognò di star camminando con lei, nella Parigi di trecento anni fa, con il piccolo Paul dai capelli neri e ricci, che trotterellava al loro fianco, ridendo quando trovava una pozzanghera per saltarci dentro.
“Dai Paul non fermarti, vieni con noi”. Stava dicendo la Suzanne/Magda/Laika del sogno, ridendo spensieratamente, in quella fresca giornata di marzo.
Aveva smesso da poco di piovere, e loro tre, che nel sogno erano una famiglia, erano usciti per una passeggiata.
“Paul, dai non fare arrabbiare tua sorella, sai che si spaventa se ti allontani troppo”. In quel momento una carrozza girò l’angolo della strada a tutta velocità, i cavalli stavano per travolgere il bambino ma Suzanne fu più svelta, fece uno scatto di lato allontanando il fratello, che rimase a guardarla con i suoi occhi azzurri spalancati e pieni di terrore.
L’angelo si sveglio all’improvviso.
“Dio che sogno! Ma che ore sono?”.
Guardò l’orologio, segnava a grandi numeri rossi le quattro e trentadue del mattino, decise così di farsi una doccia, ripartire svelto con la sua mustang e fermarsi al primo bar, per una tazza di caffè nero.
Dopo di che, sarebbe andato il più lontano possibile dalla casa degli angeli, da Magda e da quella città piena di caos.

Capitolo 3
Stallo

La grande casa degli angeli era stranamente silenziosa, nemmeno il cane di Magda emetteva un fiato e i gatti dormivano acciambellati sul grande divano nero del salotto.
Kira, Jess, Magda e Terence erano tutti seduti al grande tavolo della sala da pranzo in stile coloniale, apparentemente concentrati sulle pietanze nei loro piatti.
“Annika e Otohori sono fuori da molto ormai, non sarà il caso di fargli una telefonata?”, chiese Terence ai commensali.
“Fino ad ora, le perlustrazioni nei luoghi indicati da Mori, sono andate bene, ma non saremo sempre così fortunati”.
Mori era l’angelo che morì in uno scontro con un demone, non molto tempo prima, e che grazie a Magda e ai suoi poteri, riuscì a mettersi in contatto con loro,
“O sfortunati”, Intervenne Kira.
“Sarebbe molto più semplice trovare subito i bastardi, stanarli e farli fuori tutti, piuttosto che girare e rigirare praticamente a vuoto”.
Da quando suo fratello, Otohori, aveva eliminato Billy, un demone affiliato che aveva creato non pochi problemi a tutti loro, e aveva ucciso Magda, i demoni, coinvolti nel traffico di minori si erano dileguati…
“Sì beh! volevo dire fortunati nel senso che nessuno si è mai fatto male”, si giustificò Terence a voce bassa.
“Comunque qui è un mortorio, da quando Sante è sparito e Annika se ne sta sempre sulle sue a rimuginare sul passato, non ci si diverte più”, disse Kira, alzandosi in piedi spazientita.
“Io adesso mi congedo, ho delle cose da portare a termine. Comportatevi bene mentre non ci sono”.
Intorno alla tavola si levarono delle risatine.
“Si mammina, faremo i bravi”. Risposero tutti all’unisono.
Kira gli lanciò un’occhiataccia di fuoco, con i suoi occhi neri a mandorla identici a quelli del fratello, e uscì dalla stanza.
Era preoccupata per Otohori, per la sua relazione con il demone originario, che negli ultimi tempi sembrava fattasi ancora più seria.
Prese il telefono e compose un numero, dopo tre squilli rispose una voce calda e profonda, dal marcato accento straniero.
“Pronto?”, la nativa rimase per qualche secondo in silenzio, poi parlò.
“Joshua sono Kira, vorrei parlarti”.
“Si tratta ancora di tuo fratello? Se è così non ho niente da dirti, non sono affari tuoi”.
“Otohori è un mio affare, è mio fratello e non voglio che si faccia del male”. Disse Kira con voce alterata.
“Nemmeno io lo voglio, cosa credi?”, Il demone superiore sbuffò.
“Va bene… come vuoi”, rispose poi, con rassegnazione.
“Dove ci vediamo?”.
Kira ci pensò un secondo.
“Al solito posto, tra dieci minuti”.
Il solito posto era un magazzino abbandonato poco fuori città, nascosto tra alberi secolari ed erba mai tagliata. Era un posto appartato, dove nessuno li avrebbe disturbati.
Non era la prima volta che Kira e Joshua discutevano di Otohori … prese un bel respiro e si smaterializzò.
Il magazzino era di legno marcio e mattoni ormai consumati dal tempo, se fuori era decadente, dentro era anche peggio: erba che spuntava dal pavimento ormai crepato, finestre rotte, pareti piene di muffa e ciuffetti di muschio che crescevano qua e là.
“Non capisco proprio perché ti ostini a venire in questo posto lurido, non sarebbe meglio una stanza d’albergo, con comode poltrone e niente puzza di marcio?”.
Il demone se ne stava appoggiato allo stipite della porta, con le braccia muscolose lungo i fianchi e le lunghe gambe incrociate, indossava una maglietta nera aderente e dei jeans scoloriti e strappati, era bello, questo Kira doveva ammetterlo, alto con la carnagione scura che metteva in risalto i corti capelli biondi e gli occhi azzurri.
“Senti, lasciamo da parte il sarcasmo e veniamo al sodo, ok Joshua? Tu devi lasciar stare mio fratello, è chiaro!”.
Il demone si mise ben dritto e la fulmino con lo sguardo.
“Otohori è mio, mio e basta, lo amo e lui ama me, quindi non vedo dove sia il problema”. Disse avvicinandosi un po’ di più alla nativa dai lunghi capelli neri. Lei fece un bel respiro profondo, per ritrovare la calma.
“No, lui non è tuo, è mio fratello e gli voglio bene, non ti permetterò di portarlo alla rovina, tu sei un demone, cosa ne sai dell’amore”.
In quel momento, dalla porta divelta entrò Otohori, i lunghi capelli neri che si muovevano nella brezza primaverile, la camicia bianca sbottonata e i pantaloni di lino neri abbassati sui fianchi snelli, i suoi occhi neri si posarono prima sulla sorella e poi sul demone originario. Il suo, demone originario.
“Otohori? tu cosa ci fai qui?”, chiese Kira.
L’angelo guardò sua sorella con un misto di affetto e d’irritazione.
“Cosa ci fai tu, qui…”, le chiese.
“Non devi intrometterti in questa storia, quante volte dobbiamo ripetere sempre la stessa scena?” .
Joshua si avvicinò all’angelo e gli mise una mano sulla spalla.
“Dai non essere troppo duro con tua sorella, lei vuole solo proteggerti dal demone cattivo”.
Kira si avventò sul demone e gli si piazzò di fronte, poteva quasi sentirne il respiro sulla pelle.
“Non è solo lui che sto proteggendo, stupido presuntuoso di un demone, vi state distruggendo, non avete futuro, nessuno di voi due, non lo capite? state andando contro tutte le regole”. Sbuffò, nemmeno fosse un toro nella rena. “Questa cosa, la vostra… storia, non potrà mai avere un lieto fine”.
Aveva quasi le lacrime agli occhi, si girò, frustrata, e sparì.
“Caspita!”, esclamò il demone
“Pensi che Kira voglia bene anche a me?”.
“No, penso che ne voglia a me e sa che se ti succedesse qualcosa, io ne soffrirei”, rispose l’angelo girandosi a guardare il suo compagno.
Erano tutti e due molto alti, superavano il metro e novanta, ma il demone era molto più muscoloso.
Si guardarono intensamente negli occhi e Otohori gli prese la mano.
“È vero quello che hai detto a mia sorella? Che mi ami?”.
Joshua fece tanto d’occhi, e gli lascio la mano.
“E perché starei con te sennò? Tu non provi lo stesso? Sinceramente credevo che su questo punto fossimo d’accordo”.
Sembrava quasi offeso.
“Non mi fraintendere J, certo che ti amo, però vedi … tu sei un demone, non credo che il tuo tipo d’amore sia uguale al mio, non so! Ho sempre pensato che per te si trattasse più che altro di possesso, hai visto qualcosa che ti piace e l’hai presa”.
Il demone s’infuriò, si allontanò dall’angelo dai capelli neri e si mise quasi a gridare.
“Cosa vorresti dire con questo? Credi forse che il tuo amore valga più del mio? Che il tuo amare sia più puro o giusto di come lo è per me, sarò anche un demone ma sono vivo, di carne e ossa e ho un cuore qui …” Così dicendo prese la mano di Otohori e se la mise sul petto.
“Quello che ha detto Kira è vero, stiamo giocando col fuoco, credi che non sappia a cosa andiamo incontro, credi che sacrificherei la mia vita o metterei in pericolo la tua, se non ti amassi come ti amo, così tanto da non potervi rinunciare?”.
“Scusami Joshua… scusami. Io non …”,
Otohori abbassò la testa, era mortificato per quello che aveva detto, ma in fondo aveva sempre creduto che fosse lui il più preso dalla loro storia.
“Scusami ancora”.
Joshua intrecciò le sue dita a quelle della mano dell’angelo, che ancora era posata sul cuore, e se le portò alle labbra, baciandole.
“Otohori…”, gli sussurrò il demone con voce profonda.
L’angelo nativo si avvicinò e lo baciò, stringendo a se quel demone, per il quale stava mettendo a repentaglio tutta la sua vita.
Joshua lo circondò con le braccia muscolose e ricambiò il bacio con disperazione, un intreccio di lingue, saliva, denti che sbattevano gli uni con gli altri, quasi divorandosi, come se non ci fosse più tempo, come se tutto potesse finire da un momento all’altro.